Museo Vigneti Pittaro

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Oggi vi parlo di una piacevole scoperta che si trova a dieci minuti da casa mia, ovvero il Museo dei Vigneti Pittaro a Codroipo, Udine. Tutto nasce in un week-end, quando amici di famiglia lombardi sono ospiti a casa dei miei. E allora, dove li portiamo? Mamma da ottima intenditrice culturale ha già un piano, mentre papà, l’enologo e conoscitore di cantine, decide di accompagnare la ciurma a fare scorta di buon vino friuliano proprio in quest’azienda. Ed ecco qui che scoprono la meraviglia e guidati per l’occasione da un addetto del personale, trascorrono un paio d’ore ad ammirare l’incantevole collezione d’arte. Ovviamente mamma mi informa subito della cosa, e io potevo fare a meno di andare a darci un’occhiata? Chiaramente, no.

Pertanto, sabato scorso, vi ho fatto visita pure io. L’originalità di questo Museo è quella di essere stato creato all’interno di una villa, di uno spazio “domestico” studiato e organizzato con un buon occhio allestitivo. Il primo locale in cui ci si imbatte è l’ampio salone-ingresso principale, che accoglie i visitatori con una serie di collezioni rare e notevoli, collocate all’interno di grandi vetrine e teche appositamente loro dedicati. È la collezione del vetro, immensa: si va dai calici e le bottiglie in cristallo di Boemia, racchiusi per primi nelle vetrinette dell’ampio salone, alle lavorazioni più complesse dei vetri veneziani. E ancora, non potete perdervi le scatolette usate dai nobili durante i loro viaggi in carrozza, le cosidette cave a liquer, provenienti da Francia e Inghilterra.

Vi consiglio di soffermarvi anche sugli argenti e sul bicchiere della staffa, (chiamato così in onore dell’ultima bevuta che si usava fare prima di salire a cavallo) – nella foto è il bicchiere con testa di lupo a sinistra – sui maestosi calici liturgici e sulla parte dedicata alle brocche in ceramica e le bottiglie in porcellana. Scordatevi troppe foto qui, dovete assolutamente andare a visitarlo di persona! 🙂

Il Museo è famoso anche perché ospita una biblioteca composta da più di tremila volumi, vantando copie della prima enciclopedia di Diderot e scritti di Agostino Gallo, che nel Cinquecento fu un agronomo che rinnovò l’agricoltura scrivendo di nuove colture foraggere e tecnica casearia ed enologia, affrontando per primo la diversità del vino italiano da quello francese. I volumi comprendono anche autori romani come Ovidio, Plinio e Virgilio.

E qui questa carta inestimabile e piena di ricchezza culturale si sposa con un’altrettanta preziosa carta, ovvero quella delle stampe che ritraggono scene agresti o comunque legate al dio Bacco e alla bevanda a sé legata. Esse quindi seguono uno stesso fil rouge che parte dal 1500 fino ai nostri tempi moderni, quello del mondo enoico, raccontato e regolato perfino nero su bianco attraverso vecchie leggi stampate su bandi ed editti presenti all’interno del Museo.

Nondimeno, altro fiore all’occhiello, soprattutto per l’originalità che la contraddistingue, è la collezione di bastoni al piano superiore. Prima di darvi uno sguardo, ci si imbatte altresì in una gondola, al cui interno sono “stipati” splendidi bicchieri di Murano. L’allestimento mi ricorda quello della libreria Acqua Alta a Venezia, solo che qui, ai lati, al posto dei libri, ci sono vetrine con raccolte di bottiglie.

 

Alla parete opposta alla gondola vi è anche una riproduzione del salottino usato dal celebre Nicola Benois, amico del proprietario e storico scenografo russo del teatro alla Scala di Milano. Una sciccheria a mio avviso,  che merita di essere ammirata.

Bastoni, dicevo. Questi centoventi manufatti elaborati e personalizzati datati tra il ‘700 e l’800, all’epoca rappresentazioni di status symbol per donne e uomini della borghesia inglese e francese sono divisi per gruppi. Ci sono quelli che raffigurano il tema centrale di tutto il Museo, il vino e i suoi elementi, ideali o reali, e poi ci sono quelli tutti da scoprire, definiti a sistema. Lasciando da parte la descrizione formale che potrete leggere nei locali del Museo, definirei questi bastoni a sistema come piccoli formati di borse di Mary Poppins, dove, a seconda del genere e della necessità del proprietario, al loro interno si potevano trovare dei parasole, dei termometri o tutto l’occorrente per degustare il vino (bicchieri e bottigliette compresi).

 

Insomma,siamo in presenza di  vere e proprie opere di design, sempre abbellite da ogni sorta di decorazione e create anche per fungere da porta-foulard e portaguanti. Vi dovete prendere del tempo per osservarli tutti e leggerne le didascalie, ma vi assicuro che tutto ciò è  un processo curioso e divertente per scoprire abitudini e invenzioni di questi borghesi di due secoli fa.

Ma non è finita qui! Una volta terminato di apprendere tutte le informazioni necessarie dei manufatti di legno considerati, sappiate che ad aspettarvi c’è la parte dedicata alle ricostruzioni delle antiche botteghe. Attraverso gli attrezzi e gli utensili di una volta, sono infatti stati ricreati gli ambienti di lavoro del tempo dei nostri nonni e oltre. Presenti sono la stamperia, con una grossa pietra che serviva per le litografie, un vecchio ufficio con la mitica macchina da scrivere, il laboratorio del bottaio dove si costruivano le botti, la vecchia osteria, una rappresentazione di come un tempo si pestava l’uva per ottenere il mosto e quindi il vino, la cantina, la vetreria e la distilleria.

   

Vi sono anche esposte tre carrozze, tra le quali, quella che desta più ammirazione è quella inglese, tutta colorata con elementi geometrici e scene di battaglia. Che dire: questo tuffo nel passato è davvero un toccasana! 🙂

  

Per quel che mi riguarda non devo assolutamente dimenticarmi di ringraziare Debora e Giorgio, gli amici di Pavia! Senza il loro arrivo non saremmo mai incappati in questa affascinante esposizione!

MP

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