Illegio | Mostra 2019: Maestri

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Si è appena conclusa la mostra artistica che annualmente si tiene a Illegio, frazione di Tolmezzo, nella Carnia del Friuli-Venezia Giulia, resasi famosa per aver realizzato l’impresa culturale che ha fatto gridare letteralmente al miracolo. Sì, perché una realtà così piccola, di appena trecentoquaranta abitanti è riuscita piano piano ad esaudire il desiderio di rivitalizzarsi affidandosi alla propria creatività e originalità. In questo progetto essenziale è stata la creazione del Comitato di san Floriano (nome dato dalla Pieve che sovrasta il borgo di Illegio) guidato dalla spiritualità e dall’organizzazione di Don Alessio Geretti e Don Angelo Zanello e coadiuvato da volontari e ambasciatori culturali. La leadership di questi padri è stata cruciale, dal momento che vi era il bisogno di trovare dei capi al progetto, in quanto le mostre di Illegio si fondono anche con religiosità e valori morali. Forse è questo insieme di cause che muove visitatori da tutto il mondo a raggiungere questo luogo magico nascosto tra le Dolomiti Friulane, le possenti montagne della Regione poste sotto la protezione UNESCO.

Già, perché per arrivare a Illegio, bisogna percorrere una strada alquanto isolata, circondata da burroni e versanti a dir poco rassicuranti; ma d’altronde questo è un piccolo sacrificio che vale la pena scontare per godere di una dimensione di pace e tranquillità non appena si mette piede nel piccino paesino. Perfino membri della famiglia reale spagnola sono stati avvistati aggirarsi tra le strette vie!

L’ordine e la raffinatezza urbana infatti, sono impeccabili giacché per l’evento annuale vecchi edifici, la pavimentazione e i caratteristici mulini in pietra hanno subito un fine restauro. Anche i cortili sono stati aperti e ammirarli, nelle loro composizioni floreali e architettoniche, è un’attività così rilassante e fonte di deliziosa ispirazione. Se poi voltate il naso all’insù, potrete ammirare le pareti esterne delle case che costeggiano la via dei mulini dipinte con episodi religiosi, oltre a non mancare la tappa alla Chiesa della Conversione di Paolo, esempio di architettura del Settecento.

Da maggio a ottobre quindi, in quella che fu la dimora ecclesiastica – ora rinominata Casa delle Esposizioni – vengono allestite fino a cinquanta opere d’arte, per la maggior parte dipinti, che seguono il tema centrale della mostra. Ogni anno i soggetti e i fil rouges cambiano; pertanto si è parlato di donne, dell’amore nella coppia, del viaggio, di pellegrini e di padri e figli, per citarne alcuni.

Quest’anno, il tema della mostra si è svolto attorno ai Maestri, intesi come coloro che hanno operato come guide negli stili di vita, nei percorsi scolastici, artistici, religiosi, letterari e di crescita personale di ognuno di noi, pure nel campo istituzionale. Incontriamo, dunque, nel percorso, un primo blocco di opere che immortalano e richiamano grandi pionieri dell’arte come Raffaello e Michelangelo, Caravaggio e dipinti probabilmente appartenenti alle botteghe di quest’ultimi, segno che sono stati appunto grandi maestri per i loro allievi, a tal punto che questi riescono ad imitare quasi perfettamente la loro mano. In egual modo, essere maestro implica anche instaurare una relazione, e la relazione è il luogo della cura, quella che nutre e accudisce l’anima attraverso l’empatia e che si manifesta solo attraverso se esiste l’amore. Citando poche ma significative righe dal percorso espositivo si può affermare che “essere maestri è una questione d’amore, significa instaurare una duplice relazione d’amore, con il sapere che si insegna e con le persone a cui si insegna, una relazione connotata da un’efficace empatia”. Emblematica di questa definizione è l’opera di Luigi BusiTorquato Tasso e il cardinale Cinzio Aldobrandini nel convento di Sant’Onofrio a Roma”, in cui il famoso poeta, ormai vecchio e affaticato dagli anni della vita si ritrova ad essere accudito e guidato dall’ecclesiastico. La reciprocità della relazione qui viene esplicata molto bene, in quanto Tasso, grande maestro che fu prima del sopraggiungere della vecchiaia, viene sorretto e assistito dagli allievi divenuti importanti e che non dimenticano la lezione insegnata dall’educatore durante la loro gioventù. Il più dolce dei dipinti, nonché copertina pubblicitaria della mostra è sicuramente Scuola Materna, di Henri Jules Jean Geoffroy, opera proveniente dal Centre National des Arts di Parigi, in cui viene immortalato l’amorevole gesto dell’insegnante nei confronti della sua piccola allieva. Le opere provengono dalle più importanti Istituzioni d’Arte Europee.

La riproduzione di nove pannelli della vetrata dell’albero di Jesse della Cattedrale di Chartres è sicuramente un tocco emozionante perché inserita nella mostra per enfatizzare l’importanza del maestro per eccellenza, religiosamente parlando, ovvero Gesù. Credo religioso e fede a parte, questa è certamente un’opera unica per composizione e soggetto, oltre al fatto di essere stata commissionata apposta per l’evento a un valido artigiano locale.

Prima o dopo la visita, per pranzo o per cena, vi consiglio di fermarvi alla Buteghe di Pierute, un negozio bellissimo, iconico, somigliante a una baita accogliente, che al piano terra offre un servizio di bar, gastronomia e prodotti tipici, inclusi oggetti di legno (lo dimostra la bellissima scultura Amor, raffigurante due innamorati che si baciano attorno a un tavolo), mentre al primo piano fa trovare un graziosissimo locale adibito a ristorante, caratterizzato da uno stile sobrio ed elegante e abbellito da una cascata di lucette che cade dal centro dell’alto soffitto. Se siete interessati ad immergervi nella cultura friulana anche a tavola, non potete non provare il piatto unico e tipico di frico, salsiccia, polenta e funghi, per poi concedervi con una panna cotta al cioccolato. Nessuno rimarrà deluso!

MP

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